“Se si sceglie di gestire la pandemia affidandosi ai numeri, occorre che siano precisi, omogenei, aggiornati. In Italia no.” E’ un articolo apparso oggi su La Stampa, a firma Giuseppe Salvaggiulo. Che continua: “«Affrontiamo la pandemia con gli strumenti della peste del Manzoni», dice Corrado Crocetta, presidente della Società italiana di statistica. O «con una benda sugli occhi» (Fabio Sabatini, economista, La Sapienza) o «come mosche accecate» (Enrico Bucci, biologo, Università di Philadelphia)”.
La classificazione del rischio redatta dall’Istituto Superiore di Sanità al fine di stabilire le restrizioni (zone rosse, arancione e gialle) vede ben cinque regioni con rischio “non valutabile” per mancanza di dati. I dati dalle regioni arrivano con ritardo, anche per guasti ai sistemi informatici, o arrivano via fax, o su fogli Excel, ma sembra non ci sia un modulo standard né un protocollo comune. I dati per lo più sono aggregati e quindi scarsamente informativi. Quanti si contagiano a scuola, e quale il tasso di contagiosità? Quanti entrano e quanti escono dalle terapie intensive, e perché? Guariti, deceduti, curabili altrove? E si potrebbe continuare.
Non esiste una base di dati consultabile, mentre i dati dovrebbero essere chiari, completi e accessibili a tutti (ovviamente qui non si parla di dati personali o sensibili).
Quello che preoccupa è che con la scelta di chiudere in base ad algoritmi che usano dati poco affidabili, si rischia di applicare restrizioni inutili e dannose dal punto di vista economico e sociale. Ma il pericolo è anche quello di applicarne troppo poche dove invece ce ne sarebbe maggior bisogno, a scapito sia della salute che dell’economia. E di vanificare gli sforzi e i sacrifici che tutti abbiamo fatto e stiamo facendo.
