Senatrice della Repubblica Italiana della XVIII Legislatura 2018-2022
FASE 2: COME (NON) RIAPRIRANNO RISTORANTI E BAR
FASE 2: COME (NON) RIAPRIRANNO RISTORANTI E BAR

FASE 2: COME (NON) RIAPRIRANNO RISTORANTI E BAR

Sappiamo tutti che con il virus dovremo convivere, e continuare a osservare misure atte a minimizzare i rischi. Ma cercare di perseguire la sicurezza assoluta con misure assurde e dannose per l’economia e per il benessere delle persone non è razionale. Ogni attività umana comporta, in misura maggiore o minore, qualche rischio. A chi verrebbe mai in mente di vietare la circolazione stradale, pur sapendo che gli incidenti succedono, e continueranno a succedere?

Ecco alcune delle misure proposte da Istituto Superiore di Sanità e INAIL per bar e ristoranti, che spiccano anche per l’insolito connubio fra rigidità e confusione. Chi riaprirà, se queste dovessero essere le condizioni?

Prenotazione “preferibilmente obbligatoria”.

Numero massimo di clienti: uno ogni 4 metri quadrati di superficie del locale. Lo storico Harry’s Bar, mito e monumento di Venezia, ha due sale di 40 metri quadri l’una, e Arrigo Cipriani sta pensando di non riaprire.

Distanza fra i tavoli di almeno due metri e distanza fra i posti allo stesso tavolo tale da “evitare la trasmissione di droplets”, le goccioline emesse respirando, parlando, tossendo. Quale debba essere questa distanza i tecnici non lo precisano, probabilmente perché varierebbe a seconda che ci si trovi all’aperto o al chiuso, con più o meno ricambio d’aria. Ma chi sarà a decidere, e come si potrebbe applicare concretamente questa prescrizione?

I posti a sedere devono essere sempre predisposti con il distanziamento, perché “non è possibile predeterminare l’appartenenza a nuclei in coabitazione”. Se delle persone conviventi prenotassero una cena, perché il ristoratore non potrebbe spostare le sedie e allestire un tavolo “normale”, per il comfort dei commensali, e per permettere conversazioni educate a bassa voce?

Il distanziamento deve evitare anche i contatti indiretti attraverso posate o stoviglie, evitando anche i contenitori riutilizzabili. Sale desolate, avventori solitari e straniti, “mi passi il sale?” diventerà una grave minaccia e la disposizione dei tavoli un rompicapo per i gestori. Chiunque si muova avrà la mascherina, i clienti dovranno indossarla in tutti gli spostamenti e attività che non siano il pasto al tavolo.

Menù su lavagna, consultabili in internet o su fogli monouso.

Banditi i temibili buffet.

Pagamenti elettronici, ma con carta contactless ogni volta che è possibile.

I camerieri dovranno indossare sempre guanti e mascherine chirurgiche (sic) dello stesso tipo di quelli usati dal personale sanitario.

La mascherina chirurgica è la stessa che l’Istituto Superiore di Sanità raccomanda per il personale di assistenza ai pazienti Covid-19, a meno che il contesto non sia ritenuto particolarmente a rischio, nel qual caso si devono portare presidi più protettivi. Gli ospedali sono stati finora una delle principali fonti di contagio. Perché negli ambienti di vita e di lavoro si vuole essere scrupolosi fino all’ossessione, e in ambito sanitario il personale può essere mandato ad assistere un malato Covid-19 con la sola mascherina chirurgica, che protegge poco o nulla chi la porta? l’Istituto tiene dichiaratamente conto della realtà, della difficoltà oggettiva a reperire i dispositivi di protezione, e quindi per la sanità non raccomanda l’ideale, ma il possibile. Ma allora perché a bar, ristoranti e balneari pensa di chiedere l’impossibile, e non si pone il problema di proteggere imprese, lavoratori, e forse tutto il Paese dal tracollo?

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