Senatrice della Repubblica Italiana della XVIII Legislatura 2018-2022
Covid: servono interventi mirati, non lockdown generalizzati
Covid: servono interventi mirati, non lockdown generalizzati

Covid: servono interventi mirati, non lockdown generalizzati

Restrizioni, lockdown, divieti, ancora la prospettiva di ulteriori chiusure, per settimane, forse mesi. E, come se non bastasse, i media continuano a ripetere di strette e giri di vite, come se si rivolgessero a bambini disobbedienti che si sono meritati la punizione. Parole intollerabili per cittadini stremati, che continuano a essere accusati di essere i principali colpevoli, se non gli unici, della ripresa della pandemia.

Se in autunno il virus ha ricominciato a correre in tutto l’emisfero settentrionale questo sarebbe accaduto perché in Italia d’estate ci sono state feste all’aperto e assembramenti in spiaggia? Se questo fosse stato evitato avremmo evitato seconde e terze ondate di portata planetaria? Se ora i contagi risalgono, in Italia come in tutta Europa, la colpa è dei cittadini italiani che hanno fatto, a casa e con pochi congiunti, il pranzo di Natale o il cenone di Capodanno? A riprova di questo, un noto quotidiano ha riportato la “testimonianza” di un medico che avrebbe detto che il 70% dei suoi pazienti contagiati aveva festeggiato il Natale con pranzi e cene in famiglia. Affermazioni che fanno gridare vendetta al metodo scientifico. Per fare un esempio, è verosimile che l’80-90 per cento di coloro che hanno contratto il virus bevano il caffè al mattino: questo dimostrerebbe che il caffè fa ammalare di Covid?

Con tutte le restrizioni applicate ovunque, e in Italia in modo più pesante che in altri Paesi, il virus continua a diffondersi. E’ evidente che ne sappiamo ancora troppo poco, infatti continuano a essere pubblicati studi volti a comprendere quali siano le situazioni che maggiormente favoriscono i contagi. Studi che, come è inevitabile, producono a volte risultati contrastanti, e per ora permane l’incertezza.

L’unica granitica certezza, invece, sembra essere quella del Ministero della Salute e dei suoi organismi tecnici: il virus si combatte con chiusure generalizzate su base regionale, e tanto meno queste ottengono i risultati sperati, tanto più si insiste a chiudere.

Per adesso, in attesa degli effetti delle vaccinazioni, i mezzi che abbiamo per difenderci dal virus, oltre a distanziamento, igiene e mascherine sono solo le restrizioni, ma queste dovrebbero essere il più possibile mirate, circoscritte e studiate insieme alle amministrazioni locali, non diffuse a intere regioni. Come possono, per fare un esempio del Friuli Venezia Giulia, gli abitanti di Tarvisio, in montagna, comprendere che devono tenere chiusi i ristoranti perché c’è un focolaio a Trieste? Come fanno ad avere fiducia e ad accettare consapevolmente le limitazioni?

E infine, perché non andare a verificare cosa succede dove il lockdown non può arrivare, negli ospedali e nelle strutture sanitarie? Quanti pazienti contraggono il virus in ospedale? Ci sono veri ospedali Covid? E in caso contrario, i percorsi sono rigorosamente separati? Sappiamo che la risposta spesso è no, e le segnalazioni di pazienti Covid e non Covid che soggiornano insieme per ore nella stessa stanza, o nello stesso reparto, o condividono i percorsi sono pressoché quotidiane. E le file e gli assembramenti di chi deve effettuare il tampone o il vaccino? Non sappiamo bene quali ambienti, o attività siano legate a una maggiore trasmissione, ma una certezza l’abbiamo: gli ospedali rischiano di essere, e forse in molti casi lo sono già, serbatoi del virus.

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