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Burlo in ASUGI: quale integrazione?
Burlo in ASUGI: quale integrazione?

Burlo in ASUGI: quale integrazione?

E’ stato tenuto ieri a Monfalcone un convegno promosso dalla UIL nel quale è emersa l’ipotesi, da alcuni vista con favore, di accorpare il Burlo nell’Azienda sanitaria giuliano isontina, con la possibilità però di mantenere lo status di IRCCS.

“La parola chiave quindi è <<integrazione>>” si legge nell’articolo pubblicato oggi a pagina 21 da Il Piccolo di Gorizia e Monfalcone, probabilmente sfuggito ai lettori triestini.

La parola integrazione evoca contenuti positivi, quali completamento, armonia, rendere perfetto ciò che è impreciso o incompleto.

In sanità però da noi non è sempre così. Le chiusure di reparti e servizi in Friuli Venezia Giulia sono state descritte a suo tempo dal duo Serracchiani-Telesca quali integrazioni, atte in teoria a migliorare il sistema.

Ma in pratica ci siamo trovati, e più o meno siamo ancora, con 579 posti letto per acuti in meno e un’ottantina di reparti e servizi ospedalieri chiusi, a carico soprattutto di Trieste e dei “piccoli” ospedali disattivati: Cividale, Gemona, Maniago e Sacile. E con gli ospedali che periodicamente scoppiano, condizioni di lavoro intollerabili e il personale in fuga.

Cosa potremmo aspettarci se il Burlo diventasse parte di ASUGI? Riuscirebbe a mantenere, le sue specificità, il modus operandi di reparti e servizi, il proprio valore, che attualmente è riconosciuto da tutti? Migliorerebbe o rischierebbe di perdere la sua identità e, almeno per la parte clinica, diventare un dipartimento materno infantile come tanti altri?

Quanti reparti o servizi si perderebbero perché accorpati a quelli corrispondenti a Cattinara?

Questi timori non sono nuovi, il progetto di trasferire il Burlo a Cattinara aveva già suscitato preoccupazioni, e il rifiuto a rivederlo anche dopo gli insegnamenti della pandemia ne suscita ancora di più.

A pensar male si fa peccato, ma…

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