La resistibile ascesa della privatizzazione in Sanità

Il mio intervento al Convegno “Tempesta perfetta del SSN” organizzato dall’ANAAO sui temi: regionalismo differenziato – privatizzazione – carenza di specialisti.
 
E’ un momento di grave preoccupazione per il mantenimento del nostro Ssn, con le sue caratteristiche di universalismo e solidarietà, per tutte le note problematiche che affliggono il sistema, in primo luogo il definanziamento.
 
Gli interminabili tempi di attesa e i ticket esosi spostano una percentuale sempre più elevata di persone verso il privato, in particolare (ma non solo) per le prestazioni specialistiche e diagnostiche, la cui domanda è facilmente misurabile in termini quantitativi, molto meno in termini di qualità e appropriatezza. Privato: out of pocket
 
Privato convenzionato: è diffusa l’opinione, quasi un luogo comune, che il privato sia più efficiente e meno costoso (ovviamente i costi sono inferiori quando una struttura assicura solo l’attività programmata e non l’emergenza/urgenza). Anche nella mia regione, il Friuli Venezia Giulia, l’Assessore si sta orientando a incrementare l’apporto del privato ritenendo che il pubblico sia troppo costoso. Però proprio la Lombardia, dove l’apporto del privato convenzionato era molto rilevante, adesso sta rivedendo i rapporti con quest’ultimo: è emerso infatti che il privato tende a concentrarsi sugli interventi maggiormente redditizi, anche di dubbia appropriatezza, e non su quelli necessari da un punto di vista epidemiologico. L’obiettivo che ora persegue la Regione Lombardia è quello di rafforzare il controllo del sistema pubblico.
 
Un altro aspetto in cui il privato si sta progressivamente affermando, forse in modo più insidioso, anche perché riceviamo ripetuti messaggi “promozionali” che lo descrivono quale virtuoso, è quello del cosiddetto secondo pilastro, la sanità erogata da privati attraverso le varie forme di “terzi paganti”, assicurazioni private, fondi no profit, welfare aziendale. C’è chi ritiene che il secondo pilastro sia ormai necessario per assicurare la sostenibilità del Ssn, che non sarebbe in grado di affrontare i costi crescenti dovuti a:

  • i cambiamenti epidemiologici, quindi l’invecchiamento della popolazione e l’aumento di patologie croniche;
  • il costo crescente di nuovi farmaci e tecnologie;
  • le crescenti aspettative da parte dei cittadini utenti.

Abbiamo ora l’occasione di approfondire questo tema, tema che preoccupa perché abbiamo visto che spesso questa sanità:

  • non è integrativa ma sta diventando sostitutiva del Ssn;
  • ne può beneficiare solo una parte dei cittadini;
  • sottrae risorse, se non altro in modo indiretto, al Ssn, viste le agevolazioni fiscali (crescenti).

Ci chiediamo se un sistema a due pilastri come quello che si si sta affermando:

  • sarebbe realmente meno costoso e darebbe sollievo al sistema pubblico, o non farebbe invece lievitare i costi, contribuendo a compromettere la sostenibilità del Ssn;
  • se sarebbe in grado di perseguire l’appropriatezza o se incoraggerebbe il consumismo sanitario;
  • se stiamo rischiando di aumentare le disuguaglianze e di compromettere l’universalismo in sanità, e quindi la stessa natura del Ssn.

Quali le possibili risposte?
Ormai da molti anni il decisore politico si interroga sulla necessità di un confronto con gli operatori del settore finalizzato ad un riordino normativo della sanità integrativa, idealmente un Testo Unico in grado di:

  • restituire alla sanità integrativa il suo ruolo originale, ovvero quello di coprire prevalentemente/esclusivamente prestazioni non incluse nei LEA;
  • evitare che il denaro pubblico, sotto forma di incentivi fiscali, venga utilizzato per alimentare i profitti dell’intermediazione finanziaria e assicurativa;
  • tutelare cittadini e pazienti da derive consumistiche;
  • garantire a tutti gli operatori del settore le condizioni per una sana competizione;
  • assicurare una governance nazionale, oggi minacciata dal regionalismo differenziato.

 
Laura Stabile

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