Anche per la sanità di Gemona tagli certi e futuro incerto

Mi è stato chiesto da alcuni cittadini di Gemona un parere su alcuni aspetti della bozza di riforma sanitaria, visto anche che ho lavorato per decenni nel Servizio sanitario regionale, negli ultimi anni quale direttore della Struttura complessa Medicina d’Urgenza a Trieste, e il fatto che sono stata regionale ANAAO AssoMeD, il sindacato più rappresentativo dei medici e dirigenti sanitari.

Il disegno di legge di riforma sanitaria recentemente approvato dalla Giunta regionale si ispira dichiaratamente al principio della “delegificazione”, rinviando ad atti successivi l’organizzazione del sistema sanitario e lasciando quindi ancora indeterminata la programmazione, e invariati i tagli voluti dalla Giunta precedente.

In alcuni casi però pone alcuni vincoli molto precisi, dei quali si stenta a capire il senso, in assenza di un quadro generale che definisca obiettivi, azioni idonee a perseguirli e strumenti di verifica.

Così compare la previsione che l’Istituto “Gervasutta” di Udine, hub regionale per la riabilitazione, operi anche a Gemona del Friuli, e in tale sede sia orientato alla riabilitazione cardiovascolare. Il razionale di questa scelta, non esplicitato, non è per nulla chiaro: si prevede forse di far confluire a Gemona da tutta la regione casi molto selezionati di pazienti che necessitano di trattamenti riabilitativi altamente specialistici, dato che le funzioni del “Gervasutta” sono di questo tipo?

Con quali vantaggi per i cittadini, che sarebbero costretti a spostarsi in montagna per curarsi? E in che modo gli abitanti di Gemona e delle valli potrebbero trarne beneficio? Tranne, ovviamente, quei pochi che effettuerebbero la terapia specialistica vicino a casa (auspicabilmente, ma se il primo posto libero fosse a Udine?)

I cittadini della montagna hanno bisogno di alcuni servizi di base, quali un presidio di pronto soccorso e un reparto di medicina in loco, anche dipendenti dall’ospedale hub, e di trasporti rapidamente accessibili ed efficienti per raggiungere in sicurezza il presidio principale, quando necessario. Sarebbe anche opportuno pensare a servizi basati sulla telemedicina per le aree meno facilmente raggiungibili.

Attualmente a Gemona esiste un punto di primo intervento attivo nelle 24 ore, ma forse non tutti sanno che la normativa nazionale prevede la trasformazione di questo tipo di struttura in un semplice punto di partenza dei mezzi del 118. Così, i pazienti del gemonese saranno costretti ancor di più ad andare ad affollare il Pronto Soccorso e i reparti di medicina già affollati degli ospedali rimasti, Udine, Tolmezzo e San Daniele. La chiusura del San Michele non è stata accompagnata, come sarebbe stato necessario, dal potenziamento degli ospedali più vicini, del soccorso territoriale e dei trasporti, e l’assistenza distrettuale non è in grado di provvedere a tutte le necessità a cui rispondeva un presidio ospedaliero.

Questi disagi non sarebbero in alcun modo alleviati dalla presenza di un presidio riabilitativo altamente specializzato rivolto all’utenza di tutta la regione, collocato a Gemona ma in sostanza estraneo alla comunità locale. Per le necessità reali dei cittadini, quindi, l’unica certezza che sembra rimanere è quella dei tagli.

Laura Stabile

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